1.1.  Contesto

Il contesto storico-culturale in cui si inserisce la ricerca di Gregory Bateson (1904-1980) si caratterizza per un senso di posterità nei confronti del moderno. Alla ragione, all’obiettività, al progresso ed altre idee di deriva illuministica, si oppone un senso di disordine, cambiamento, liquidità, che inquadra i caratteri di una nuova scienza, congestionata ora da una nuova concezione della materia, dal quantismo e da logiche di tipo sistemico.

Inquadrare la situazione attuale significa recuperare le origini di quel dualismo cartesiano mente – corpo, che ha caratterizzato per più di due secoli, la storia dell’Occidente. Alla radice del paradigma, il passaggio nel IV sec a.C., dalla parola parlata a quella scritta, dalla cultura del simbolo, a quella del segno.L’immagine da cifra, perché provvista di un eccedenza di senso, con il mito della Caverna, si riduce a semplice copia binaria, per cui A può solo e soltanto essere A.[1] Nulla di più. Sarà Cartesio con il suo Discorso sul Metodo(1637), a formalizzare quelle premesse epistemologiche, che saranno alla base di tutto il sapere successivo.

Fondamentale sarà la separazione del mondo delle res cogitans, ovvero delle facoltà mentali, da quello delle res extensa, costituito di materia inerte e governato da leggi meccaniche. Come conseguenza di questa divisione, si afferma un modello di spiegazione deterministico che fa risalire ciascun effetto alla sua causa, dove la mente è inserita in un corpo-contenitore e la materia, nulla ha in comune, con lo spirito.

Con i primi esperimenti sui fenomeni elettrici, Faraday prima (1831) e Maxwell poi (1864) incontrano i limiti della spiegazione meccanica e danno origine, con uno spostamento dal concetto di forza a quello di campo di forze, alle leggi dell’elettrodinamica, in cui il tutto è qualcosa di più della semplice somma delle parti.

Nel 1864, il fisico e matematico Rudolf Clausius, con il Trattato sulla Teoria Meccanica del Calore, introduce il concetto di entropia quale misura del grado di disordine di un sistema. Agli inizi del secolo scorso, il sentore di cambiamenti a livello di premesse epistemologiche è forte e attraversa più campi. Nella Germania degli anni Venti, nasce il movimento della Gestalt, anche detto “psicologia della forma”, che spiega il fenomeno della percezione degli stimoli visivi considerandolo all’interno di un quadro d’insieme di natura integrata, le cui qualità peculiari sono assenti nelle sue parti. Nel campo della biologia, si introduce una “lettura” degli organismi come organizzati in comunità, le cui relazioni tra le parti assumono una natura reticolare. Le strutture sono analizzate a livello di sistemi: ciascuno forma un tutto rispetto alle sue parti, ma, nello stesso tempo, rappresenta a sua volta la parte di un tutto più ampio. Anche nell’area della fisica si prospettano dei cambiamenti che testimoniano la presenza di diversi livelli di complessità: rivoluzionaria tra tutte è la Teoria dei Quanti (prima metà del Ventesimo secolo), per cui le particelle subatomiche non risultano divisibili ma caratterizzate da una natura corpuscolare ed ondulatoria; non sono più interpretabili, quindi, come entità isolate ma definite per mezzo di relazioni. Sarà l’osservatore d’ora in avanti, a determinare con le sue scelte, la natura del sistema. Albert Einstein, considerato uno dei pionieri del viaggio verso la complessità, rimette in discussione i concetti assoluti di spazio e tempo, ora dimensioni soggettive, con velocità prossime a quelle della luce, intrecciate in un rapporto quadridimensionale.

Nel 1927, Heinsenberg introduce il Principio di Indeterminazione e pone, allo stesso tempo, un problema scientifico e filosofico:

(…) l’inconciliabilità tra un microcosmo imprevedibile e un macrocosmo dove regna la regolarità. Tra ciò che è piccolo e ciò che è grande c’è un numero enorme di possibilità che non conosciamo.[2]

 

Nello stesso periodo, De Broglie (Premio Nobel nel 1929) presenta la sua teoria ondulatoria della luce. Due nuovi concetti sembrano, dunque, caratterizzare lo Zeitgeist: la dinamicità e l’interdipendenza. L’universo risulta disomogeneo, le sue configurazioni a livello energetico, irriducibili. Negli anni Quaranta nasce la Cibernetica, mentre negli anni Settanta (anni in cui Gregory Bateson pubblica le opere più significative) si sviluppano la matematica complessa, la teoria del caos e la geometria frattale. Con Ilya Prigogine (Premio Nobel nel 1977) e i suoi studi sui fenomeni termodinamici irreversibili in condizioni di lontananza dall’equilibrio, si annuncia la nascita della complessità:

(…) i sistemi aperti, mediante lo scambio di materia ed energia con l’esterno, non procedono nella loro evoluzione verso l’aumento costante e irreversibile di entropia (come i sistemi chiusi del secondo principio della termodinamica), ma possono anche evolvere verso stadi di maggiore ordine.[3]

 

I nuovi parametri della scienza e del pensiero in genere ora oscillano tra continuità e discontinuità, ordine e disordine, in una parola sono attraversati da complessità. I nuovi paradigmi introdotti dalla complessità possono essere così riassunti: l’autorganizzazione, il principio ologrammatico, l’impossibilità della previsione, la connessione di ogni elemento, la circolarità della causalità. L’intreccio tra caso e necessità diventa non una possibilità, ma la possibilità, che procedendo per tentativi ed errori, conduce all’equilibrio del sistema.

 

1.2.  Gregory Bateson

Durante i suoi studi a Cambridge, dopo la laurea in Biologia abbandonò le scienze naturali e si dedicò all’antropologia e all’etnologia nella medesima facoltà. La sua prima opera in questo settore fu Naven (1936), un libro che prende il nome dalla cerimonia del popolo Iatmul della Nuova Guinea in esso descritta e analizzata. La pubblicazione fu accolta con una certa perplessità dalla comunità antropologica: essa infatti non si presentava come una classica monografia etnografica (tipica dello struttural-funzionalismo britannico) in cui veniva presentata la società studiata come un organismo composto di parti in equilibro, bensì Bateson partiva dalla descrizione della cerimonia naven per delinearne le implicazioni psicologicheeconomichepolitichereligiose edetiche. In questo lavoro coniò l’espressione schismogenesi.

A partire dal 1939, a causa della guerra, si trasferì negli Stati Uniti dove in breve tempo divenne l’ispiratore dei lavori del Mental Research Institute di Palo Alto in California (conosciuta in seguito come Scuola di Palo Alto), che rivoluzionò l’approccio alla malattia mentale e creò nuovi strumenti psicoterapeutici completamente alternativi alla psicoanalisi tradizionale, che si occupava principalmente del campo delle nevrosi e quindi disgiunta dall’area delle psicosi e dei più gravi disturbi di personalità (inclusi i vari tipi di dipendenza). Bateson può essere considerato il padre della terapia familiare ad orientamento sistemico.

Altri importanti contributi, che poi altri studiosi come Paul WatzlawickDon Jackson e Jay Haley ripresero rendendoli operativi a livello di strategie terapeutiche furono:

  • Lo studio dellaschismogenesi (prima a livello antropologico e poi a livello psicologico), vale a dire la progressiva creazione di differenze attraverso l’accumulo dell’interazione tra persone e gruppi;
  • Lo studio dei vari livelli dell’apprendimento, con particolare enfasi sul concetto dideutero-apprendimento o “apprendimento ad apprendere” (l’acquisizione di pattern e strutture cognitive attraverso l’esperienza).
  • Un trattamento del tutto originale del concetto di “mente” riconoscendo, e studiando, la tendenza dei sistemi di interazione a costruirsi come sistemi mentali sovra-individuali.

Morirà a San Francisco il 4 luglio del 1980. Seguono alcuni punti cardine della sua ricerca.

 

1.3 La finalità cosciente

Nonostante il riconoscimento del carattere labile della sua epoca, B. ritiene fondamentale, prima di qualsiasi cambiamento a livello contenutistico, un cambiamento qualitativo del proprio modo di conoscere. Prioritaria non è la conoscenza, in termini di contenuto, di de-finizioneprovvista di nomi, luoghi, date, ma, l’analisi del processo di apprendimento impiegato nella formalizzazione di quella stessa conoscenza. Conoscere diventa tracciare mappe dei contesti di vita, di cui, quei contenuti sono espressione, comporre immagini di sé e degli altri, delle proprie interazioni, mettere in evidenza quindi, non tanto il perché delle cose, quanto le modalità con cui vengano al mondo. Al modello cartesiano del dualismo aut aut, si sostituisce la dualità dell’et et, nei termini in cui l’antica separazione mente/corpo non viene rimossa, ma solo riqualificata. Ciò che si sposta, è il punto di vista per cui l’identità, non si scopre più nella differenza, presa nella sua obiettività, che nomina, circoscrive, divide, classifica, ma nell’interazione che, tali differenze possono mettere in atto. Un circuito comunicativo, quello dell’incontro, che impegna alla diversità, senza la quale, uno scambio di informazione, non sarebbe neanche pensabile.

 

Ciò che B. ritiene patologico dell’Occidente, è quella finalità cosciente, propria dell’essere umano, che dimentica della natura sistemica dell’universo, impone se stessa alla leggi della natura, forzando il naturale equilibrio che la ciclicità di una vita, richiede. B. non nega il ruolo di una ragione, di una coscienza che organizza, classifica, scandisce, ma si oppone, all’idea, (oggi nell’epoca della tecnica, inconsapevolmente accettata), che questa finalità, sia il senso, il solo, di cui si dispone.

Il progettare l’avvenire, fissarne le scadenze, il farlo con i mezzi che si ritiene adeguati, solo perché funzionali ai propri interessi, è rischioso, poiché, sostiene B.:

 

(…) il fine non si può stabilire a partire da un modello ideale: non esiste, ma si costruisce in conseguenza alle situazioni, che mutano di continuo.[4]

 

E questo perché, essendo la mente compartecipe del creato, non può pretendere di utilizzare regole proprie, nel giocare una partita che muove, utilizzandone altre. Sulle regole, che la tecnica impone all’uomo globalizzato U. Galimberti così si esprime:

 

Il pensiero divergente sta morendo, perché alla tecnica non interessa il pensiero divergente, non interessano i creativi, non interessano neppure coloro che pensano, alla tecnica interessano coloro che eseguono, bene. Per bene, azioni già descritte e prescritte, questo è il nostro tempo.[5]

 

1.4.   Apprendimento

Prima di occuparsi dei contenuti, B. parla della necessità di analizzare le modalità dell’apprendimento, quel processo che denota cambiamento.

 

Definiamo apprendimento la ricezione di informazione da parte di un organismo, di un calcolatore o di qualunque altra entità capace di elaborare dati. In questa definizione si vogliono includere tutti i generi e ordini di informazioni, dal singolo bit che supponiamo venga ricevuto quando scarica un singolo terminale neurotico sino alla costituzione di complessi aggregati di informazioni (cioè costellazioni di strutture di eventi neurotici) concernenti la relazione, la religione, i sistemi meccanici e così via.[6]

 

Si parla di tre livelli di apprendimento. Nel primo, il livello zero, un ente dimostra un cambiamento minimo nella sua risposta al ripetersi di uno stimolo sensoriale (si fa l’esempio degli operai che al suono della sirena della fabbrica apprendono che è mezzogiorno e smettono di lavorare). Tutti i successivi livelli di apprendimento sono per Bateson procedure stocastiche, ossia costituiscono un procedimento “per prove ed errori” e, per questo, la loro gerarchia è definita in base ai tipi di errore. All’interno di ogni apprendimento, esistono due livelli sempre presenti: il protoapprendimento (apprendimento uno) e il deuteroapprendimento (apprendimento due, anche detto “apprendere ad apprendere”) il primo livello si riferisce a quel tipo di processi che si possono pianificare e tenere (relativamente) sotto controllo; il secondo livello fa riferimento a una modalità che non è coscientemente pianificabile, poiché prende corpo attraverso pratiche di pensiero e comunicazione non deliberate.

La compresenza di entrambi i sistemi è dovuta al fatto che nell’istante in cui apprendiamo, stiamo sempre apprendendo qualcosa di più generale sul come si fa ad apprendere. Apprendere ad apprendere, in un circuito sistemico, che dalla comunicazione passa alla meta comunicazione, in questi termini la lettura del lavoro di ricerca di Paul Watzlavich, caposcuola assieme a Janet Beavin e Don D. Jackson di quella scienza del comportamento che è la pragmatica della comunicazione umana, scienza che si occupa dello studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi interni alla comunicazione.

 

(…) quanto sto io, in questo momento dicendo, appartiene al primo livello, quella della comunicazione per l’appunto. Ma se dovessi iniziare ad interrogarmi su come stia dicendo, quanto vado dicendo ecco allora che parliamo di meta comunicazione…se volessimo chiarire questa situazione occorrerebbe chiarire cosa sia questo linguaggio (…)[7]

 

La domanda che sottintende alla ricerca contemporanea è quindi non tanto cosa siano i processi (comunicativi), le pratiche i contesti di apprendimento, ma attraverso quali modalità di apprendimento siamo soliti interrogarci su quegli stessi processi. Questo tipo di apprendimento che si interroga sulle modalità relazionali richiede una disponibilità, ad oltrepassare il limite, ad attraversare le minacce che si incontrano quando il pensiero diventa impensato. Ecco allora, l’invito da parte di B. a:

 

(…) pensare come pensano i poeti (senza per questo esserlo), gli schizzofrenici, gli umanisti. Non fissarsi sui significati letterali delle parole, ma coltivare le ambivalenze simboliche, essere sempre aperti al non ancora.[8]

 

L’essere inconsapevoli sembrerebbe essere il primo requisito per poter godere di questo tipo di apprendimento, elaborazione a cui il linguaggio non avrebbe accesso. La nuova saggezza cui Bateson fa riferimento chiede:

 

(…) di diventare come quei pochi scienziati e artisti che lavorano sotto la spinta di un’urgenza ispiratrice, l’urgenza che nasce dal sentire che la grande scoperta, la risposta a tutti i nostri problemi, oppure la grande creazione, il sonetto perfetto, sono sempre appena fuori della nostra portata, o come una madre che sente che c’è vera speranza, purché vi si impegni costantemente, che il suo bambino diventi quel fenomeno infinitamente raro: una persona felice e grande.[9]

 

1.5.   Cornici

Parlare di cornici significa parlare di quelle certezze che organizzano il nostro pensare, cornici, che si possono ridurre al dualismo cartesiano, al fisicalismo delle metafore, ai termini quantitativi con cui vengono analizzati i fenomeni. Cornici queste, che influenzano lo stesso operato scientifico, quando, imponendo i propri set sperimentali, isola variabili, semplifica risposte, complica le domande, a discapito di una complessità, che si spiega, solo nel suo accadere quotidiano. L’errore più grande si dimostra l’accostamento all’oggetto di studio come ad una cosa in sé, anziché in funzione delle sue relazioni, intrattenute con gli altri oggetti che ne descrivono l’ambiente.

 

I bambini si sentono dire che il “sostantivo” è un “nome di persona, di luogo o di cosa”, che il “verbo” è “una parola che indica un’azione” e così via. Imparano, cioè, in tenera età che una cosa la si definisce mediante ciò che, si suppone, essa è in sé, e non mediante le sue relazioni con le altre cose.[10]

 

La necessità di un contesto in cui iscrivere un evento, si spiega nella convinzione da parte di B. di un’unità di fondo, che sottende a tutte le cose. Sarà proprio alla ricerca di tale unità che dedicherà i propri sforzi conoscitivi e le proprie intenzioni educative.

 

Mediante la sintassi del soggetto e del predicato il linguaggio asserisce continuamente che le “cose” in un certo modo “hanno” qualità e attributi. Un modo di parlare più preciso sottolineerebbe che le “cose” sono prodotte, sono viste separate dalle altre “cose” e sono rese “reali” dalle loro relazioni interne e dal loro comportamento rispetto ad altre cose e a chi parla[11].

 

Ogni oggetto di conoscenza pertanto va inteso in un contesto sistemico e analizzato attraverso quelle relazioni che gli conferiscono significato. Così ogni conoscenza diventa il risultato di una costruzione soggettiva, dipendente da una serie di relazioni tra soggetto-oggetto-ambiente.

Da questa prospettiva, tutti i limiti di una scienza che si riduce a provare delle ipotesi.

Bateson presenta questo suo punto attraverso un modo che definisce ‘convenzionale’: data una serie di numeri e fornito il presupposto che la serie è ordinata (2,4,6,8,10,12…), si chiede quale sia il numero successivo. La risposta più probabile è 14. Ma la risposta esatta è il numero 27. Si dà una seconda serie (2,4,6,8,10,12,27, 2,4,6,8,10,12,27, 2,4,6,8,10,12,27…) e si chiede quale sia il numero successivo. La risposta più probabile è 2 (influisce il presupposto in cui si dà la preferenza per le più semplici tra le ipotesi che si conformano ai fatti – rasoio di Occam o regola della parsimonia). Tuttavia, Bateson si chiede: “Ma i fatti quali sono?”. In realtà i fatti che si hanno a disposizione non vanno oltre la fine della successione che abbiamo dato. «Voi ritenete di poter prevedere (…). Ma la sola base che possedete è la vostra preferenza (inculcata) per la risposta più semplice e la fiduciosa convinzione che la mia richiesta significasse davvero che la successione era incompleta e ordinata». Sfortunatamente (o forse, aggiunge Bateson, fortunatamente) il fatto successivo non è in realtà mai accessibile: tutto ciò che si possiede è la speranza della semplicità; e il fatto successivo può sempre portare ad un livello di complessità successivo.

 

Qualunque successione di numeri io vi presenti, esisteranno sempre alcuni modi semplici di descriverla, ma vi sarà un numero infinito di modi alternativi non vincolati dal criterio della semplicità.[12]

 

Ogni esperienza così come ogni conoscenza si presta ad essere totalmente soggettiva.

 

Alzi la mano chi crede di vedermi? Naturalmente, voi non vedete ‘realmente’ me: quello che ‘vedete’ è un mucchio di informazioni su di me, che voi sintetizzate in una immagine visiva di me. Voi vi costruite quell’immagine.

(…) La proposizione ‘Io vedo te’ o ‘Tu vedi me’ è una proposizione che contiene in sé ciò che chiamo “epistemologia”. Contiene in sé ipotesi su come ricaviamo l’informazione. (…) Se uno si porta dietro errori epistemologici, a qualche stadio si accorgerà che quelle premesse non funzionano più. È tremendamente difficile liberarsi dall’errore che ci sta appiccicato addosso.[13]

 

E’ il cervello quindi che costruisce quello che vediamo. Quello che crediamo di vedere.Pertanto continua Bateson:

 

I processi della percezione sono inaccessibili; solo i prodotti sono consci e, ovviamente, sono i prodotti ad essere necessari. I due fatti generali – primo, che non sono conscio del processo di formazione delle immagini che vedo inconsciamente, e, secondo, che in questi processi inconsci io uso tutta una gamma di presupposti che vanno a integrarsi nell’immagine compiuta – sono, per me, il principio dell’epistemologia empirica.[14]

 

Previsione e controllo non sembrerebbero quindi sempre possibili. A rafforzo di tale tesi B. traccia la differenza che intercorre tra il concetto di numero e quello di quantità.

 

I numeri sono il risultato del contare, le quantità sono il risultato del misurare. Si capisce quindi come i numeri possano essere precisi, poiché fra ciascun intero e il successivo c’è discontinuità: fra il due e il tre c’è un salto. Nel caso della quantità questo salto non c’è; e poiché nel mondo della quantità mancano i salti, è impossibile che le quantità siano esatte. Si possono avere esattamente tre pomodori; non si possono mai avere esattamente tre litri d’acqua. La quantità è sempre approssimata.

 

Il numero appartiene al mondo della struttura formale, della Gestalt e del calcolo numerico; la quantità appartiene al mondo del calcolo analogico e probabilistico.[15]

 

Un’altra distinzione per uscire dalle cornici, dalle premesse che organizzano il nostro modo di conoscere, è quella che riguarda le sequenze logiche e le sequenze casuali.

Quando parliamo di sequenze logiche e di sequenze causali usiamo le stesse parole […] ma il se…allora del sillogismo logico è molto diverso dal se…allora della causalità. Questo perché quando le sequenze causali diventano circolari, la descrizione logica diventa contraddittoria.

(…) Il se…allora della causalità contiene il tempo, mentre il se…allora della logica è atemporale; ne segue che la logica è un modello incompleto della causalità[16]

 

Infine, lo stesso concetto di stabilità, (equilibrio) cambia in funzione del contesto. Che si parli di un edificio, di un composto chimico, o di un acrobata, ciò che conta è il cambiamento del contesto in cui si vede inserito il sistema. Al mutare di uno, muta anche l’altro, in un gioco di reciprocità che B. così descrive:

 

(…) per l’acrobata sul filo è importante il cosiddetto ‘equilibrio’; per il corpo del mammifero lo è la ‘temperatura’. Il mutamento dello stato di queste importanti variabili istante per istante viene trasmesso alle reti di comunicazione del corpo.Questa ‘stabilità’ è il risultato di continui cambiamenti nelle descrizioni della postura dell’acrobata e della posizione della sua asta di bilanciamento.Analogamente tutti gli enunciati relativi al cambiamento richiedono lo stesso genere di precisione nel descriverli[17].

 

In un sistema complesso quindi l’equilibrio prevede uno scambio continuo di informazioni tra interno ed esterno, in una danza interagente per cui al variare di uno, varia l’altro.

Così la stessa stabilità della percezione, è il risultato di un continuo adattamento di variabili interne, imprecisabili perché impensabili.

 

Quando dirigo i miei occhi verso quello che penso sia un albero, ricevo un’immagine di qualcosa di verde. Ma questa immagine non è “all’esterno”. Crederlo è già una forma di superstizione, perché l’immagine è una creazione mia, prodotto di molte circostanze, compresi i miei preconcetti[18]

 

Lo scopo non è tuttavia quello di abbandonare ogni pretesa conoscitiva, ma di esplicitare, al momento dell’osservazione, le proprie premesse, in ogni istante. Questo significa comprendere le relazioni contestuali, tra tutti i circuiti pertinenti al sistema analizzato. Non basta più raccogliere certi fatti, fare un ipotesi, fare una previsione, e confrontarla con i fatti. Ciò che si chiede è un cambio di prospettiva per cui ogni ente[19] si considera parte di un circuito più grande che comprende altri enti.

 

Tra noi e “le cose come sono” c’è sempre un filtro creativo. I nostri organi di senso non ammettono nessuna cosa e riferiscono solo ciò che ha senso. La “chitarra azzurra”, il filtro creativo tra noi e il mondo, è presente sempre e comunque. Ciò equivale a essere creatura e insieme creatore. E questo il poeta lo sa molto meglio del biologo[20].

 

Il pensiero, quindi l’esperienza, non sono costituiti solo da incorniciamenti isolabili, ma anche da processi di continuo re-incorniciamento, che le stesse cornici richiedono e producono. Sebbene non sia possibile liberarsi completamente del vecchio modo di pensare si deve cercare di renderlo quanto meno più flessibile ed integrato con altre modalità.

 

Ecco allora spiegato il ruolo dell’arte, di una didattica del paradosso, che mostrando le incongruenze che la realtà, così come viene pensata, cela, permette quell’apertura, quel disvelamento, che smaschera velando, che spiega tacendo, i confini che la logica booleana, pone in essere.

 

1.6.   Epistemologia

Quando Bateson parla di epistemologia parla di una teoria della conoscenza che indaga referenzialmente, sulla sua stessa struttura, sui suoi stessi metodi.[21]

Un paradigma che offre una sorta di grammatica della realtà, per punteggiare gli oggetti e gli eventi del mondo[22].

Una cosmologia biologica, nei termini in cui, la biologia, sembrerebbe prestarsi come l’unica epistemologia in grado di parlare con e del mondo.

Epistemologia non scienza della conoscenza, ma della meta-conoscenza, quando, nello studiare un aggregato di organismi, si occupa dell’analisi delle modalità con cui questi organismi, conoscono, pensano e agiscono. Oggetto dello studio sarà quindi, in egual misura:

 

  • Il mondo dell’evoluzione
  • Il pensiero
  • L’adattamento in continuo divenire
  • I soggetti difficilmente governabili

 

L’epistemologia diventa descrizione della struttura di un carattere, di quell’emergenza che scaturisce dalle modalità operative di un organismo, quel suo conoscere il mondo, in un modo, piuttosto che in un altro. Epistemologia come descrizione di quell’abitare, che inscrivendo l’individuo nel suo contesto, ne qualifica ruoli e comportamenti.

 

In questi termini, ecco scomparire la dicotomia cartesiana, uomo-natura. Ontologia ed epistemologia si prestano ad essere un tutt’uno, entrambe necessarie alla descrizione del sistema. Un epistemologia, traducibile con il motto “imparare facendo.”[23]  Un sapere operativo quindi che co-risponde, ad una visione personalizzata del mondo. Una conoscenza, che viene in essere, nella disposizione all’agire.[24]

 

Le riflessioni su quelle che sono le modalità di apprendimento di un sistema, presentano la conoscenza, come un processo selettivo, che separa, giudica, in funzione delle sue passioni, delle sue convinzioni. Ecco allora il richiamo ad una consapevolezza maggiore di se stessi, così come dell’ambiente che abitiamo, un atto di responsabilità che impegna, necessariamente, alla partecipazione.

La conoscenza come dinamica ecologica porta la mente a non essere più separata dal suo ambiente, ma diventa parte del tutto, a cui si relaziona, in termini biologici.L’ecologia della mente è questa nuova forma di definizione in cui ogni organismo produce se stesso in un riconoscimento autoriflessivo; tale riconoscimento si intreccia con il contesto di vita dell’organismo in una continua spirale costruttiva, una danza di parti interagenti.

La mente diventa un fenomeno naturale, uno dei tanti. Coscienza e Intenzionalità, sono aspetti del mondo naturale tanto quanto la fotosintesi e la digestione. Questo non significa che le nostre menti individuali non siano modellate dalla nostra cultura, ma la cultura non è qualcosa che si oppone alla biologia, piuttosto è quella forma che la biologia assume nelle diverse comunità. La mente diventa un aggregato di idee, si parla di un ecologia delle idee nei termini in cui si mappa la realtà dei fenomeni all’atto stesso dell’interazione del soggetto con l’ambiente. Le idee così, al pari di un qualsiasi fenomeno vivente:

 

Si aggregano, si disgregano, cooperano, confliggono secondo regole interattive che non necessitano di un titolare autocosciente e autocentrato.

I sistemi di idee sono complessi e architettati secondo connessioni in continua trasformazione. La loro organizzazione è costituita da connessioni tra differenze e da gerarchie di differenze, dove le idee sono ordinate tra loro e ad un tempo organizzate.

La conoscenza quindi è diversa dall’avvicinamento alla cosa in sé. Conoscere diventa tracciare differenze[25] fra le cose e così facendo, creare nuove connessioni. In altre parole, partecipare alla vita, non indagarne le leggi in laboratorio. Il come, non può ricercarsi nella metafisica ma studiando il rapporto interattivo tra la capacità di rispondere alle differenze e il mondo materiale da cui le differenze originano.

1.7.   Interfaccia come mappa

La discontinuità, definita da B., interfaccia, fra le strutture di causalità mentali e quelle naturali diventa l’oggetto di studio della nuova epistemologia, che si occupa ora di descrivere quella connessione che si rende necessaria tra il Pleroma[26] (il mondo dell’indifferenziato), e la Creatura, (la capacità di un sistema di rispondere all’indifferenza, con l’assegnazione di differenze). La Creatura è il mondo biologico, il mondo della crescita, dell’adattamento e della comunicazione, in cui gli eventi sono tratti attraverso la percezione selettiva delle differenze, e non piuttosto dal semplice contatto indifferenziato col mondo fisico.[27] Ed è in questi termini che si legge la metafora della mappa e del territorio introdotta da B. per cui, la mappa, non sarà mai il territorioche descrive, né un nome, la “cosa”, che designa.

La mappa porta con sé qualcosa di chi l’ha costruita, reca con sé, il soggetto che l’ha creata. Ciò che descrive una mappa, è ciò che il soggetto vede di un determinato territorio, che non è quindi il territorio in sé, ma l’accumulo delle differenze, percepite dal sistema che osserva. Ci si scopre se stessi, solo nell’atto di veder l’altro da sé. Altro che conferma la nostra presenza, perché risponde, alla nostra stimolazione.[28]

Ciò che qualifica la visione quindi, che si presta come descrizione di un territorio, è un atto di intenzionalità che qualifica una mappa, solo per i significati che gli si attribuiscono.  Al di fuori di questa relazione, io-mondo, una mappa, una regola, un’idea, non significa assolutamente nulla. Al di fuori di questa relazione, il mondo, la Natura rimane indifferente. Ciò che qualifica, è la funzione, che l’intenzionalità apre, dischiude, riconosce, nomina, legittima.

Un albero, è tale nei termini in cui, è la funzione della sua corteccia a qualificarne la sostanza. Così, per un pettirosso, un ramo significa, nei termini in cui offre riparo al suo nido. Per un boscaiolo, perché legna da ardere per il suo focolare. Ora, potrebbe sembrare che il Pleroma, sprovvisto di intenzionalità, sia un entità passiva, priva di significati. In realtà nonostante il punto di vista, da cui si descrive un evento, qualifichi l’evento stesso, altrettanto vera, è la presenza di una regolarità,[29] implicita agli eventi naturali, che si riscontra gli a prescindere dal punto di vista adoperato.

 

Queste regolarità[30], sottendono a qualsiasi fenomeno, a qualsiasi visione, a prescindere dalle differenze riscontrate. Un sasso non rotolerà all’infinito, e si potrebbe calcolare anche sulla base di dati iniziali, la velocità e la direzione della sua traiettoria. Ed è dentro queste regolarità plereomatiche, che la creatura va pensata e descritta. (…) La crescita di una pianta, di un bambino, di una società, e in generale tutti quei fenomeni relativi all’embriologia, e all’evoluzione, non avvengono al di fuori dell’universo di sassi e delle palle da biliardo.[31]

 

Ciò che cambia non è dunque la sostanza, ma le descrizioni che di tale sostanza ci facciamo. Mente e Natura diventano partecipi della stessa logica. La conoscenza con B. si aggrava di una natura biologica, e pertanto, di un suo ritmo, di un suo tempo, di una sua durata, che si ripete, che ritorna.[32] Le idee sottostanno a leggi biologiche nei termini in cui diventano connesse con altri sistemi, con altre ragioni. La sfida allora sarà riuscire a porsi domande che insieme a distinguere siano, capaci anche di connettere. La nuova domanda diventa:

 

Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei noi con l’ameba da una parte e lo schizofrenico dall’altra?[33]

 

1.8.   La Mente Natura

Qualunque insieme dinamico di eventi (soggetti biologici, sociali, economici) mostrerà sicuramente caratteristiche proprie della mente.

Eseguirà confronti (sarà cioè sensibile alla differenza); elaborerà l’informazione; sarà autocorrettivo, nei termini in cui tenderà verso l’ottimizzazione omeostatica. Un processo quindi che si caratterizza per il movimento, la trasformazione, la dinamicità degli spazi e dei tempi. In una parola, evolutivo.

 

Si consideri un individuo che stia abbattendo un albero con un’ascia; ogni colpo d’ascia è modificato o corretto secondo la forma dell’intaccatura lasciata nell’albero dal colpo precedente. Questo procedimento autocorrettivo è attuato da un sistema totale, albero-occhi-cervello-muscoli-ascia-corpo-albero; ed è questo sistema totale che ha caratteristiche di mente. (…) Constatiamo che l’ascia fende dapprima l’aria e produce certi tipi di tacche in un preesistente taglio nel fianco dell’albero. Se ora vogliamo spiegare quest’insieme di fenomeni, ci dobbiamo occupare di differenze nel fianco intaccato dell’albero, differenze nella retina dell’uomo, differenze nel suo sistema nervoso centrale, differenze nei suoi messaggi neurotici efferenti, differenze nel comportamento dei suoi muscoli, differenze nel modo di avventarsi dell’ascia, fino a differenze che l’ascia poi produce sulla superficie del tronco[34].

 

Come in un sistema cibernetico, si fa riferimento a dei messaggi (differenze) che viaggiano in un circuito, nel nostro caso, il circuito uomo-ascia-albero. Si ricava allora un quadro della mente come sistema minimo, che riflette una procedura cibernetica valida a qualsiasi livello dimensionale. Un sistema che elabora l’informazione completando il procedimento attraverso una serie ripetuta di tentativi ed errori. La mente in definitiva, si presenta come un sottoinsieme di una struttura più grande, quella evolutiva del mondo biologico, perché procede nelle sue elaborazioni esattamente come un sistema cibernetico, che si pone come modello operativo di tutto il creato. Un percorso a ritroso che dal sistema più piccolo arriva a quello più grande, in cui la parte, contiene il tutto, così come il tutto, è contenuto in ogni singola parte.

Un sistema perché possa dirsi mentale dovrà:

 

  • Essere formato da aggregati di parti interagenti.
  • Agire su e con differenze.
  • Aver bisogno di un energia collaterale.
  • Essere autocorrettivo sia verso omeostasi che instabilità.
  • L’autocorrezione del sistema, è iterativa, avanza cioè, per tentativi ed errori.

 

La descrizione e la classificazione di questi processi di trasformazione, esplicita una gerarchia tipologica, immanente ai fenomeni, che qualifica come mentale anche l’organizzazione di un alveare, la crescita di una società, la fermentazione di un composto organico.

La relazione diventa il principio di spiegazione di ogni processo sia che si tratti delle galassie di una scuola materna, di un pensiero, dell’evoluzione, dell’apprendimento, della vita. E questo senza alcun rimando ad entità o forze, ultraterrene. La Mente diventa quindi un concetto di cui ci si serve, per interpretare tutti i fenomeni della vita.

I processi evolutivi sono co-evolutivi nei termini in cui non riguardano più un singolo individuo, né la singola specie, ma individui e specie nel loro contesto. Inoltre ogni singola parte si ritrova connessa a tutte le altre, ed è in questa comunicazione inter-agente, che dà forma e sostanza al sistema tutto. Alla vecchia affermazione per cui “Tutti sono utili, nessuno è necessario” occorrerebbe sostituire “Tutti sono necessari, nessuno è utile.” Una mente si presenta come: Autonoma, capace di morte, capace di finalità, influenzata da mappe, mai dal territorio, capace di apprendimento e memoria, in grado di accumulare entropia attraverso giochi stocastici di apprendimento, in grado di accumulare energia, formata da messaggi logici e aggregabile a sistemi simili.

 

 

 

1.9. La Mente Uomo

Ci si chiederà come l’individuo conosca, pensi e decida. Come avvengano tali processi, come si manifestino. La condizione umana si scopre caratterizzata da delle abitudini di pensiero più o meno consapevoli che condizionano le rappresentazioni mentali attraverso cui si fa esperienza del mondo, in altri termini, si conosce.

La conoscenza quindi risulta costantemente filtrata, mai diretta. Essere umani, significa quindi non abitare il mondo, ma le rappresentazioni che ci facciamo del mondo[35]. Nel momento in cui vediamo applichiamo un filtro creativo. Un filtro inconsapevole che per questo crediamo essere corretto.

Vedere è sempre una forma di credenza in senso ecologico. Per cui vedere è già credere. Vedere, diventa quindi un modo di pensare, di conoscere. Il semplice fatto di guardare, implica un atto creativo.[36]

Ora, il mondo non risponde passivamente a questo inquadramento. Esattamente come noi, interagisce offrendo informazioni, differenze, immagini che non sono mai date né dentro né fuori di noi, ma solo e sempre, nel processo conoscitivo scaturente dall’incontro dei due soggetti, composto da interazioni dinamiche, tra i filtri creativi di ciascuno e i vincoli esterni propri dell’ambiente. Processi che si presentano come interfacce in contino mutamento.

Ecco allora che parlare di conoscenza significa parlare di un processo creativo che di volta in volta costruisce qualcosa di inedito. Per questo si parla di creatività, creazione, creatura, per rimandare ad una processualità mai interrotta ricca di interdipendenze e fautrice di cambiamenti.

Ora, questo processo di creazione dell’immagine, richiede un inquadramento per poter essere veduto. L’errore sta nel credere che tale inquadramento sia la realtà tutta, nella sua immutabilità. Statica, perché discontinua, perché tratta dalla continuità del tutto, gerarchizzata perché frammentata in parti se(le)zionate dal filtropercettivo di cui dispone. Filtro che non è possibilità, ma necessità biologica nei termini in cui, riducendo il numero delle informazioni in entrata, si presta come modello operativo perché finalizzato ad uno scopo: l’equilibrio del sistema.

Neppure il linguaggio scientifico sfugge a tele filtro creativo, pertanto solo quando

 

(…) assumeremo le regole evolutive come tautologiche ed ecologiche, vale a dire l’evoluzione come co-evoluzione, potremo avvertire i contorni delle nostre responsabilità, e correggere, quindi, il finalismo delle nostre azioni (la stolta idea che “in fine” ci sia, separata da noi, un’ultima porta che attende solo di essere spalancata).[37]

 

1.10.   Struttura e relazione

La relazione viene prima dell’azione. Un processo che prende forma attraverso la relazione delle parti coinvolte in esso. La relazione viene prima di qualsiasi altro atto possibile. Prima della coscienza e della conoscenza. Gli esseri viventi esistono per il fatto di essere in relazione. Non è possibile dare un entità, senza che ve ne sia un’altra in relazione. Ogni relazione si estrinseca nella comunicazione, nello scambio continuo di informazioni, di differenze

 

Nessuna creatura vivente, in chiave relazionale, rimane confinata nella pelle dell’individuo, contornata, inquadrata da un cartesiano penso dunque sono.[38]

 

Il nostro essere quindi è un esser-ci, che si giustifica in base al suo come, alle sue modalità d’interazione. Un essere alla mondo che diventa, parte diun mondo, che in quanto tale, de-finisce e nomina l’essere, nelle sue funzioni, nelle sue relazioni. E’ la relazione che accomuna le creature.

 

Coloro che danno più importanza alle ‘cose’ che stanno in relazione (i “termini della relazione”) respingeranno ogni analogia tra grammatica e anatomia botanica, considerandola troppo arzigogolata; dopo tutto una foglia e un sostantivo non si rassomigliano affatto nell’apparenza esteriore. Ma se poniamo le relazioni in primo piano e ne consideriamo i termini come definiti unicamente da quelle, allora cominciamo ad avere qualche dubbio. Esiste un’analogia profonda tra grammatica e anatomia? Esiste una scienza interdisciplinare che dovrebbe occuparsi di tali analogie?[39]

 

I termini, i nodi, diventano secondari, primarie sono ora lo relazioni. Le vecchi gerarchie sono rovesciate, l’attenzione si sposta così dal contenuto alla forma, da quelle che sono le parti del sistema, al contesto in cui tali parti interagiscono, ai fenomeni che sono in relazione, alla relazione stessa. Così uno degli esempi citati da B. fa dell’aggressività non una caratteristica intrinseca all’essere umano, ma una conseguenza del rapporto dell’uomo con il suo ambiente. E’ anche il contesto che l’uomo esperisce, che lo porta ad essere aggressivo. L’individuo è parte di una dinamica e la sua azione può avere significato se e soltanto se interpretata all’interno delle cornici relazionali di cui fa parte. Beatson parla di cornici dinamiche, vincolanti le azioni individuali in termini di simmetria e complementarietà. La simmetria indica una forma di reciprocità, basata su aspettative reciproche di uguaglianza, mentre la complementarietà, su aspettative di differenza.

Pertanto il dialogo può essere pensato come una danza, in cui i due danzatori si conformano l’un l’altro, attraverso movimenti di uguaglianza o di differenza. Lo stesso linguaggio interiore è un linguaggio sociale, poiché il nostro pensare è sempre un inter pensare. In questi termini ragionare su ciò che venga prima, se l’Io o la relazione non ha senso, poiché l’aspetto comunicativo, non risponde alla domanda di come dovrebbe essere la realtà, ma prende atto di come è. La domanda allora diventa:

 

Quale struttura connette un granchio ad un orchidea? Quale struttura connette le creature? L’epistemologia si pone allora come una scienza, il cui modo di operare è quello del confronto, del dialogo. E’ quel sovrappiù che si ottiene combinando gli elementi di comprensione offerti dal confronto delle singole scienze, sempre ed inevitabilmente, personale quindi fallibile ma il solo di cui disponiamo.[40]

 

1.11.   Un unità sacra

Pensiero e evoluzione presentano un’importante analogia, in quanto hanno entrambi una “struttura che connette”, sicché concentrandosi sulle loro somiglianze si può scoprire qualcosa di nuovo e importante che li riguarda entrambi, in particolare si può scoprire in che senso in entrambi trovi posto qualcosa che si potrebbe chiamare anticipazione o finalità.[41]

 

Ponendo in parallelo i due processi B. vuole stabilire l’unità di tutto il suo pensiero. Non esiste una mente separata da un corpo, così come non esiste un Dio separato dalla sua creazione.

 

Non era stato così che mi avevano insegnato a concepire il mondo quando avevo cominciato il lavoro di ricerca. Allora le regole erano chiarissime: nella spiegazione scientifica non si deve mai fare ricorso alla mente o alla divinità né si deve fare appello a cause finali. La causalità deve scorrere sempre nella direzione del tempo, quindi il futuro non può avere effetto sul presente e sul passato.[42]

 

Ecco allora la necessità di un linguaggio relazionale, che anziché dividere, connetta le singole parti, che sappia parlare di epistemologia, evoluzione, mente, natura, corpo ecc.

 

Non mi stanco di ripeterlo: se diciamo che la cosa “ha cinque dita” potremmo sbagliare, perché in realtà ha quattro spazi tra le dita (quattro relazioni tra le dita), perché la crescita è retta dalle relazioni e non dagli assoluti.[43]

 

Il metodo del confronto prevede una ricerca che classifichi le parti in gioco, e sappia poi individuare i processi di interazione di tali parti, che generano e mantengono le differenze tra le persone. Una volta fatto ciò, si ritorna alla classificazione, questa volta dei processi individuati, in termini di simmetria o complementarietà. Di nuovo, si ricercheranno i processi d’interazione che si esplicitano dal gioco tra i processi simmetrici e complementari. Ciclicamente, e in termini sempre più astratti. Classificazione e ricerca delle interazioni, in questi termini si spiga la metodologia di ricerca elaborata da Bateson.  Si tratta pertanto di aver fatto entrare la gerarchia dei tipi logici di Russel[44]nella sua teoria/metodologia epistemologica.

 

L’abduzione è la forma di procedimento usata da Beatson per di-mostrare la sua struttura che connette. Ossia l’utilizzo di stesse regole di interazione, applicate però ad ordini e sistemi diversi. In questo modo:

 

(…) si può descrivere un certo evento o cosa e poi ci si può guardare intorno e cercare nel mondo altri casi che obbediscano alle stesse regole da noi escogitate per la nostra descrizione.

 

E, prosegue dicendo:

(…) la metafora, il sogno, la parabola, l’allegoria, tutta l’arte, tutta la scienza, tutta la religione, tutta la poesia, il totemismo […], l’organizzazione dei fatti nell’anatomia comparata: tutti questi sono esempi o aggregati di esempi di abduzione, entro la sfera mentale dell’uomo.[45]

 

Pensiero ed evoluzione sono quindi processi mentali, per questo, entrambi, disposti al cambiamento che è apprendimento, per l’individuo, ed evoluzione per le popolazioni di un sistema. Il primo interno al singolo, il secondo esterno. Un processo che si basa su un flusso di eventi per certi aspetti casuale, e per altri selettivo. Un cambiamento che muta non più in termini deterministici, ma stocastici, che avanza (in funzione dell’equilibrio), per tentativi ed errori. L’unità di questi due sistemi, non è pertanto una possibilità, ma una necessità.

Evoluzione ed apprendimento sarebbero composti di due aspetti, uno fondamentalmente conservativo, che consiste nel correggere il prima possibile tutte le carenze o le irregolarità che si presentano per mantenere un certo grado di coerenza interna, e secondariamente un elemento creativo, cioè la genesi di nuove idee e cambiamenti che dipende in gran parte dal rimescolamento e dalla ricombinazione di idee già presenti. Vi è un unico sapere che caratterizza tanto l’evoluzione quanto gli aggregati umani, per questo, nota Bateson, se si vuole comprendere il processo mentale bisogna guardare l’evoluzione biologica e, viceversa, se si vuole comprendere l’evoluzione biologica, bisogna guardare al processo mentale.[46] Il rapporto tra biologia e conoscenza è dunque il perno metodologico individuato da B., la premessa, ad ogni sua indagine.

Ponendo il problema della conoscenza nel cuore stesso del problema della vita B. riconduce il segno al simbolico, l’uomo alla terra, il corpo alla sua dignità.[47]

 

1.12.   La metafora del racconto

In direzione di un pensiero che privilegia le inflessioni del racconto, in omaggio all’assunto del “pensare per storie” che accomuna tutto l’universo biologico, orizzonte junghiano della creatura, B. dirà:

Noi pensiamo per storie perché siamo costituiti di storie, immersi in storie.

 

La metafora non va confusa con la similitudine. E questo perché la metafora si presta ad essere la logica su cui è stato costruito il mondo biologico. Poiché della metafora è propria la doppia descrizione, che percorre il mondo della creatura, da cima a fondo. La metafora non dice come, ma si limita ad essere mentre descrive. Rappresenta, senza dire.

Per questo si suggerisce di passare dal sillogismo classico in BARBARA a quello in ERBA. Per cui:

Socrate è mortale/Socrate è un uomo/Gli uomini sono mortali.

Diventa:

L’erba è mortale/Gli uomini sono mortali/Gli uomini sono erba.

Nel secondo sillogismo la logica è quella usata dai poeti (e anche dagli

Schizofrenici), ed è quella su cui si è costruito il mondo perché si occupa di identificazione di predicati e non di classi e di soggetti di proposizioni.

 

Il sillogismo in Barbara è fondato sulla classificazione e risulta possibile in presenza di un linguaggio che consenta di identificare delle classi e di distinguere soggetto e predicato. Il sillogismo in erba è invece fondato sulla connessione e permette di riconoscerla più facilmente. Il ‘morire’ non esclude da una classe né include in una classe, bensì accomuna: connette gli elementi presenti nelle premesse sillogistiche, l’erba e l’uomo.[48]

 

La logica metaforica, è la logica che connette il mondo.

 

Si pensi al fatto che lo stesso accostamento fra “evoluzione” e “pensiero” (…) rappresenta sostanzialmente un sillogismo in erba: “L’evoluzione è stocastica/ Il processo mentale è stocastico/ L’evoluzione è un processo mentale.

In questi termini il carattere del sacro riconosciuto da B. Il credere risulta una precondizione del conoscere per cui se non credo, non vedo, poiché, viste, sono solo le elaborazioni del mio cervello, nient’altro.

 

La Fede, getta un ponte, nei termini in cui diventa necessaria all’esistenza di un mondo altrimenti indifferente alla presenza, poiché, senza coscienza, apparirebbe privato di qualsiasi senso, perché privato di qualsiasi processo conoscitivo. Vediamo solo le rappresentazioni, che ci facciamo del mondo, non il mondo in sé.[49]

 

L’arte, le immagini, il linguaggio, diventano allora, le forme più convincenti del nostro processo mentale, la dimensioni più concrete, più reali che esistano.

 

Per “lasciar essere” le cose, dobbiamo con fatica alleggerirci di molta zavorra, anche se ci dispiace (ecco la fatica) perché questa ‘zavorra’ è fatta di saperi, strumenti, piccoli e grandi apparati vantaggiosi per la nostra personale potenza.Non si tratta di rinunciare ad essi per chi sa quale ‘povertà’: bensì di ritirare identificazioni e investimenti, lateralizzare, togliere valore e importanza. Rispetto, per esempio, al credere che “conoscere è sempre un bene”. (…) possibilità di praticare la persuasione che vi sono zone di “non consapevolezza” che non solo è opportuno conservare, ma che vanno ‘attivate’ proprio per permettere al soggetto di entrare in contatto con se stesso.[50]

 

[1] M Grillo, Il volo dell’albatro, progettando la società del domani, tesi di laurea presso l’Accademia delle Belle Arti di Roma, 2011.

[2] Per un approfondimento R. CONSERVA, La stupidità non è necessaria. Gregory Bateson, la natura e l’educazione,La Nuova Italia, Firenze, 1996 p. 89

[3]Per un approfondimento si veda KHUN T., La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino, 1979.

[4] G. BATESON, Una sacra unità…, op. cit., p. 140.

[5] M Grillo, Il volo dell’albatro…, op. cit., pp. 21-28.

[6] G. BATESON, Una sacra unità…, op.cit., p. 96.

[7]P. Watzlawick, Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio, 1971, p. 32.

[8] G. BATESON, Una sacra unità…, op. cit., 145.

[9] G. BATESON, Verso un’ecologia…, op. cit., p. 217.

[10] G. BATESON, Mente e natura, op. cit., p. 32.

[11] G. BATESON, Mente e natura, op. cit. p. 88.

[12] G. BATESON, Mente e natura, op. cit. p. 45. SILVIA DEMOZZI, Una danza di parti interagenti, G. Bateson pensiero ecologico e educazione, Tesi di laurea, facoltà delle scienze dell’educazione Giovanni Maria Bertin, 2009, p. 84.

[13] G. BATESON, Mente e natura…, op. cit. pp. 521-522.

[14] G. BATESON, Mente e natura…, op. cit. p. 46.

[15] G. BATESON, Verso un ecologia…, op. cit., p. 72.

[16] N.d.A.Per un approfondimento Commenti a Wittgenstein accessibile tramite il sito http://filosofia.dipafilo.unimi.it/~piana/index.php/commenti-a-wittgenstein. Accesso 24 Gennaio 2014.

[17] Ibidem p. 89.

[18] G. BATESON Dove gli angeli…, op. cit., p. 87, in SILVIA DEMOZZI, Una danza di parti interagenti… Tesi di laurea Facoltà delle scienze dell’educazione Giovanni Maria Bertin, 2009, p. 87.

[19] M Grillo, Il volo dell’albatro…, pp. 32-33.

[20] G. BATESON, Una sacra unità…, p. 398.

[21] N.d.A. Si veda nello specifico la critica fenomenologica fatta alla pretesa psicoanalitica di strutturarsi come scienza, nei termini in cui in cui l’oggetto indagato, si presta ad essere lo stesso oggetto indagante. Secondo la logica sistemica, un soggetto iscritto in un sistema, non potrà vedere altro che le verità interne al sistema stesso. Solo uno spostamento al di fuori del sistema, (un salto dimensionale?) offrirebbe all’osservatore un punto di vista esterno che gli permetterebbe così di com-prendere, il sistema, nella sua totalità.

[22] N.d.A. La natura di una comunicazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti. Un individuo non comunica. Partecipa ad una comunicazione o diventa parte di essa. Può muoversi o far rumore ma non comunicare. Parallelamente può vedere, odorare, sentire, gustare avere delle sensazioni, ma non comunicare. In altre parole, un individuo non produce comunicazione. Vi partecipa. Non si deve considerare la comunicazione in quanto sistema, sulla base di un semplice sistema di azione e reazione per quanto possa essere complesso e determinato. La comunicazione in quanto sistema va considerata a livello transazionale. Per un approfondimento P. WATZLAWICK, J. BEAVIN, D.D. JACKSON, La Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, p. 46, p 61, p. 83.

 

 

[23] N.d.A. Sulla formula Imparare facendo, vedi Metodo Scout, la cui didattica pone il ragazzo, protagonista della sua crescita.

[24] N.d.A. per un approfondimento sulla funzione terapeutica di una pragmatica della comunicazione G. NARDONE, P. WATZLAWICK L’arte del cambiamento, TEA, Milano, 1990.

[25] N.d.A. La differenza, per Bateson, non è né una cosa né un evento, ma un’entità astratta non quantificabile. La differenza tra il legno e la carta, ci dice, non è né nel legno né nella carta, né nello spazio che li separa né nel tempo (una differenza che si produce nel tempo è definita cambiamento). La differenza si trasferisce dal legno e dalla carta nella retina e poi viene elaborata nella testa. Vi è un numero infinito di differenze intorno e dentro un pezzo di gesso.

[26] N.d.A. Per un approfondimento Pleroma e Creatura di C. G. Yung accessibile tramite il sito http://www.circolobateson.it/archivio/stupidit%E0/lenti/capitolo%202.pdf. Accesso 2 Febbraio 2014.

[27] N.d.A. Per un approfondimento U. GALIMBERTI, La terra senza il male, Jung: dall’inconscio al simbolo, Milano, Feltrinelli, 2009, pp. 13-21.

[28] N.d.A. Per un approfondimento si veda la metafora dello specchio in Lacan. Il riconoscimento di un identità, di un Io, passa attraverso una finzione, quella dell’immagine riflessa nello specchio. Disponibile al sito https://www.youtube.com/watch?v=zLLLfoiRFFw. Accesso 12 novembre 2012.

[29] N.d.A. Per un approfondimento sui risvolti sociali dettati dall’adeguamento alle regolarità plereomatiche F.MONETA, Multitasking e pragmatica del pensiero medievale, in La chiave del cinema due, UniversItalia, Roma, 2009, pp.49-59.

[30] N.d.A. Per un approfondimento sul concetto di ritmo G. DELEUZE e F. GUATTARI Sul ritornello Millepiani. Capitalismo e schizofrenia. Sez. III, Castelvecchi ed. 2003.

[31] Ibidem.

[32] Ibidem.

[33] G. BEATSON, Mente e natura, op. cit…, p. 21.

[34] G. BATESON, Mente e natura, op. cit., p. 257.

[35] N.d.A. per un approfondimento sul linguaggio come rappresentazione Commenti a Wittgenstein accessibile tramite il sito http://filosofia.dipafilo.unimi.it/~piana/index.php/commenti-a-wittgenstein. Accesso 24 Gennaio 2014.

[36] N.d.A. per un approfondimento sul pensiero visivo, R. ARNHEIM, Pensiero visivo, Einaudi, Milano, 1974.

[37]CONSERVA R., La stupidità…, op. cit. p. 71 in Dott. di ricerca, dipartimento scienze dell’educazione, università di Bologna 2009. SILVIA DEMOZZI, Una danza di parti interagenti…, op.cit., p. 110.

[38] G. BATESON, Mente e natura, op. cit., p. 257.

[39] G. BATESON, Verso un ecologia, op. cit., pp. 193 e 194.

[40]Ibidem.

[41]G.BATESON, M. C.BATESON, Dove gli angeli esitano…, op. cit., p. 21, in SILVIA DEMOZZI, Una danza di parti interagenti…, op.cit., p. 118.

[42]Ibidem.

[43] G. BATESON, Una sacra unità, altri passi verso un’ecologia della mente Adelphi, 1997, p. 311.

[44] N.d.A. per un approfondimento sulla teoria dei tipi logici di Russel vedi le lezioni di logica matematica di Piergiorgio Odifreddi disponibile al sito https://www.youtube.com/watch?v=MO13r3xZYnk.

[45] G. BATESON, Una sacra unità, op. cit., p. 311.

[46] N.d.A. Per un approfondimento sulla tematica della complessità, M. M. WALLDROPP, Uomini e idee al confine tra ordine e caos, 1 ed. 1993, Instar ed. 1996.

[47] N.d.A. Per un approfondimento sulla tematica del corpo U. GALIMBERTI, Il corpo, 1.ed. 1983, Feltrinelli, Milano, 2009.

[48] G. MADONNA, La psicoterapia attraverso Bateson..., op. cit., p. 37 in SILVIA DEMOZZI, Una danza di parti interagenti…op.cit., p. 124.

[49] N.d.A. per un approfondimento sul linguaggio come rappresentazione Commenti a Wittgenstein accessibile tramite il sito http://filosofia.dipafilo.unimi.it/~piana/index.php/commenti-a-wittgenstein. Accesso 24 Gennaio 2014.

[50] SILVIA DEMOZZI, Una danza di parti interagenti…op.cit., p. 134.

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